di Cristina Carrea


Prima di tutto ritengo importante dare un sguardo ai dati:

dalla più recente indagine ISTAT pubblicata a Dicembre 2015 risulta che poco più del 50% dei giovani tra gli 11 e i 17 anni ha subito atti offensivi, non rispettosi e/o violenti da parte di altri ragazzi nel corso dell’anno precedente. Tra questi il 19,8% risulta essere vittima di episodi più volte al mese, il 9,1% li subisce con frequenza settimanale.

A partire da questi numeri ci si rende conto immediatamente delle dimensioni preoccupanti raggiunte ad oggi dal BULLISMO.

Considerando che non si tratta di un fenomeno recente ma che solo in Italia si sono attivati studi a partire dagli anni ‘90 dovremmo avere già a disposizione un piano di intervento maggiormente definito e condiviso; questa situazione non è ancora presente sul nostro territorio ma è il momento di attivarsi davvero con azioni concrete al fine di definire una linea di azione coerente e continuativa su vasta scala.

A mio avviso è imprescindibile agire su due fronti:

1)AFFRONTARE, ci si riferisce al caso in cui sia venuto alla luce un caso di bullismo già in atto in cui sarà necessario mettere a disposizione un iter chiaro ed esplicitato di denuncia con la garanzia di poter contare anche su un percorso adeguato per le diverse persone coinvolte (vittima, bullo, famigliari), che a seconda dei casi sostenga, faccia riflettere, favorisca lo sviluppo di nuove capacità, scoraggi strategie disfunzionali.

2)PREVENIRE, ossia prevedere l’attivazione di interventi, già a partire dalla scuola dell’infanzia e primaria, che pongano l’attenzione sulle dinamiche relazionali in gruppo, sulla comprensione degli effetti sull’altro dei propri comportamenti, sulle emozioni e sull’affettività.

Ciò potrebbe avvenire con una specifica formazione del personale docente e/o con l’intervento a scuola di personale specializzato (psicologi e psicoterapeuti) che attiverebbe percorsi idonei alla fascia di età.

E’necessario agire su quei meccanismi che stanno alla base dello sviluppo di comportamenti “pro sociali” che permettano ai bambini e ai ragazzi di crescere con un forte senso del rispetto e con la capacità di relazionarsi positivamente all’interno dei diversi gruppi (scuola, centri aggregazione giovanile, associazioni sportive, famiglia ecc).

Questi sono i due aspetti essenziali su cui puntare e dopo tante parole mi piacerebbe poter dire, non aspettiamo oltre, “largo ai fatti”.

 

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