di Nicole Bianchi


I bambini hanno una predisposizione fisiologica ad apprendere il linguaggio, un processo molto complesso che si verifica nel corso dei primi tre anni di vita. Fin dalla nascita, infatti, sono dotati di sistemi percettivi specifici rivolti all’apprendimento linguistico.
Non si può parlare di linguaggio senza inserirlo all’interno di una capacità più ampia, ovvero la capacità comunicativa; allo stesso tempo, è importante considerare la specificità del linguaggio, cioè le particolari proprietà che rendono il linguaggio unico e diverso da altri sistemi comunicativi. Queste proprietà sono essenzialmente due: la creatività e l’arbitrarietà. La creatività fa sì che la conoscenza di una lingua dia la possibilità di produrre un numero potenzialmente infinito di messaggi a partire da un numero finito di unità-base di quella lingua (fonemi e parole). Con il termine arbitrarietà ci si riferisce al fatto che, all’interno del linguaggio, la relazione fra suoni e significati è pre-stabilita; il significato viene appreso e trasmesso culturalmente di generazione in generazione.
 
Lo sviluppo della comunicazione e del linguaggio avviene attraverso una serie di fasi che si succedono una all’altra per tutti i bambini ma che sono soggettive per ognuno, per ciò che riguarda tempi, modi e strategie utilizzate.

I primi due mesi di vita

I primi suoni che il neonato produce sono di natura vegetativa (sbadigli, ruttini, ecc.), o associati al pianto. Il bebè piange quando ha fame, sete, freddo, sonno, perché vuole cambiare posizione o per qualsiasi disagio fisico. Fin dalla nascita, il pianto del lattante sollecita la tempestiva risposta istintuale dei genitori ai suoi bisogni e diviene la principale e più efficace forma di linguaggio. E’ difficile sottrarsi al pianto di un neonato e questo è legato al bisogno di sopravvivenza dell’uomo e dei cuccioli di ogni specie animale.
Nella primissima fase i meccanismi vocali del lattante non sono ancora sviluppati per produrre veri e propri suoni linguistici. Dalla nascita a 6 settimane le vocalizzazioni del bebè sono effetto di riflessi innati che appartengono al bagaglio genetico della specie: lamenti di dolore o disgusto, gridolini di gioia, sospiri, starnuti e suoni gutturali diversi. Verso i 2 mesi di vita si hanno le prime produzioni di suoni più simili al linguaggio, definite cooing (tubare), formate da vocali ripetute. Vengono prodotte dal neonato quando è contento e consentono l’esercizio dell’apparato vocale.

Tra i 2 e i 6 mesi

Dal punto di vista fonologico, tra i 2 e i 6 mesi avviene l’evoluzione relativa alle vocalizzazioni non di pianto, in cui compaiono e si stabilizzano i suoni vocalici. Verso i 3 mesi inizia la fase del balbettio, costituita da vocali semplici o unite a consonanti (ma-na-da-go). In questo periodo le vocalizzazioni diventano protoconversazioni: il bambino sembra rispondere all’adulto che gli parla, rispettando veri e propri “turni di conversazione”.
 
A sei mesi ha inizio l’imitazione di alcuni semplici suoni pronunciati dall’adulto, ma che fanno parte del repertorio del bambino. Il piccolo è in grado di controllare volontariamente alcuni suoni consonantici ed è alle prese con una forma caratteristica di linguaggio infantile: la lallazione (o babbling canonico), che consiste nella ripetizione dello stesso suono più volte (ma-ma-ma-ma; ta-ta-ta-ta). Il fenomeno della lallazione diventa sempre più complesso e variato, con l’emissione di brevi composizioni bisillabiche che tanti genitori scambiano per protoparole, ma non si può ancora parlare di linguaggio verbale.

Tra i 9 e i 13 mesi

Durante il primo anno di vita prendono forma i prerequisiti dell’apprendimento del linguaggio: intenzionalità e reciprocità e, nello sviluppo tipico, le prime parole compaiono tra i 9 e i 13 mesi. Esse sono prevalentemente legate al contesto di riferimento o connesse con le attività in corso. I bambini tendono inizialmente ad utilizzare le parole per indicare persone a loro vicine (mamma, papà, nonni, fratelli/sorelle), oggetti del quotidiano (cibo, giocattoli, vestiti) o azioni che compiono abitualmente (dormire, salutare, vestirsi, leggere, andare a dormire, negare, affermare). A 1 anno si assiste al fenomeno dell’olofrase: con una sola parola il bambino esprime una frase più complessa, un vero e proprio “concentrato di significati”. Ad esempio dice “nanna” per esprimere “voglio andare nel mio lettino a fare la nanna”.
 
E’ stato notato che le prime parole relative ad oggetti si riferiscono a cose piccole, accessibili e manipolabili (ad esempio le scarpe e le calze) o a cose che si muovono (ad esempio le automobili). Questo perchè tali oggetti colpiscono maggiormente l’attenzione del bambino e sono più facilmente memorizzabili.
 
Alla fine del primo anno i bambini manifestano l’intenzione comunicativa attraverso il gesto e la voce (richiesta e denominazione). La richiesta è ritualizzata (gesto ritmato della mano di apertura e chiusura) e accompagnata da vocalizzi. La denominazione è espressa attraverso l’indicare e il mostrare ed è accompagnata da vocalizzi, prima, e dalle parole, poi. Questi gesti comunicativi sono definiti intenzionali deittici.

Tra i 15 e i 20 mesi

Dai 15 ai 18 mesi, con l’espansione del vocabolario, l’interazione con gli adulti e, soprattutto, con lo sviluppo della consapevolezza di sé (“autocoscienza”), aumenta anche la capacità di comporre frasi sempre più complesse e articolate. A 16 mesi il vocabolario medio di un bimbo italiano si compone di 50 frasi circa. Il piccolo capisce molte più parole di quante ne sappia usare. Chiacchiera continuamente sia quando è da solo, sia quando è con i familiari usando un linguaggio di suoni e sillabe ben modulati, che simula quello degli adulti ma che non ha alcun significato. In questo periodo il bambino, vedendo la sua figura riflessa dinanzi ad uno specchio, si riconosce in questa.
 
A 18 mesi compaiono, in successione, diversi meccanismi morfosintattici e si assiste ad un’esplosione del vocabolario. I bambini incrementano il numero di parole prodotte, imparano più termini in breve tempo e, a 20 mesi, il numero di vocaboli a disposizione è triplicato.

Tra i 2 e i 3 anni

Intorno ai 2 anni il bambino è in grado di formulare frasi che hanno 2 o 3 parole.
 
Se l’apprendimento dei suoni avviene per imitazione, quello dei significati avviene per associazione e rinforzo. Se, per esempio, la madre pronuncia una determinata parola ogni volta che porge o indica al bambino un certo oggetto, il piccolo, dopo alcune volte, impara che a quell’oggetto è associata quella particolare parola.
 
Tra i 2 e i 3 anni lo sviluppo grammaticale ha una rapida accelerazione, che porta all’acquisizione dei meccanismi morfosintattici salienti della propria lingua madre. La lunghezza media delle frasi è in continua espansione; compaiono le prime proposizioni dichiarative ed è presente l’accordo soggetto-verbo.
 
Tra i tre e i quattro anni i bambini raggiungono l’apprendimento delle strutture di base di tutte le frasi di una lingua.
 
E’ bene ricordare che esistono rilevanti differenze da bambino a bambino che possono essere dovute a cause diverse: genetiche, sessuali (le femmine, in genere, parlano prima dei maschi), ambientali (i bimbi allevati in istituti, o da persone che interagiscono poco verbalmente, possono presentare un ritardo nell’acquisizione del linguaggio).

Suggerimenti ai genitori

L’apprendimento del linguaggio dipende dallo sviluppo dell’apparato fonetico associato al continuo esercizio e all’incoraggiamento dell’adulto. Il bambino diviene più rapidamente padrone del codice comune di comunicazione attraverso l’interazione con il genitore che gli parla. E’ quindi importante:

  • Raccontargli fiabe e storie, rendendolo attivamente partecipe del racconto.
  • Insegnargli nuove parole e fargli notare le differenze fra gli oggetti.
  • Non anticipare i suoi discorsi e non pronunciare le parole al suo posto, ma ascoltare e rispettare i suoi tempi e turni di parola.
  • Non semplificare il linguaggio, utilizzando il “bambinese”, ovvero storpiando parole come “cane” in “bau”, o “gatto” in “miao”. È preferibile scegliere parole semplici e di facile comprensione e parlare con calma. Questo non significa impoverire il linguaggio, ma offrire al bimbo l’occasione di imparare con le capacità che ha a disposizione in quella fase dello sviluppo.
  • Evitare di sgridarlo o trasmettere le proprie ansie se fa fatica a parlare: spesso si tratta di problemi temporanei che si risolvono con la crescita.
  • Tenere a mente che ogni bambino è unico, perciò ha i suoi ritmi e i suoi tempi nell’acquisire tutte le capacità.
  • Parlare al bimbo fin dalla nascita con un linguaggio chiaro e adulto, senza pensare che non sia ancora in grado di capire.
  • Chiamarlo con il proprio nome. In questo modo gli si attribuisce una identità relazionale in un processo di sviluppo.

Per domande, o approfondimenti potete contattarmi info@ilraggioverde.org

Rispondi