di Alberto Crico


Parlare di psichiatria, è parlare della follia, del matto che spaventa, di ciò che non si comprende e si evita perché si crede pericoloso. È parlare di qualcosa che insorge nella persona e che non può essere controllato. È parlare di una crisi e di una sofferenza che sembrano non avere limiti. È parlare di esperienze fuori dal comune che però fanno parte del genere umano.

Una crisi psicotica in un giovane, il cosiddetto esordio della schizofrenia, in un villaggio di una tribù di indigeni porta ad una riunione dei rappresentanti della tribù per capire e interrogarsi su ciò che è successo e su come comportarsi. Io parto da questo nel mio lavoro, parto da una condivisione autentica.

Una crisi psicotica in un giovane in una città del mondo occidentale viene invece a escludere il “paziente” dalla comunità e a bollarlo come “malato” in senso medico, a rinchiuderlo in un ospedale, dove schizofrenico vuol dire folle, matto, pazzo, escluso dal mondo e dalla vita corrente, destinato al fallimento nella società.

Mi chiedo allora cosa sia la psichiatria. Mi chiedo se il modello medico che vuole affidarsi alle “scienze dure” come fisica e chimica non sia fuorviante anche perché queste scienze stanno considerando il problema della complessità e del rapporto osservatore/osservato. Mi chiedo dove questa visione medicalizzata dell’essere umano possa portare e che senso abbia.

In quanto psichiatra cerco di darmi delle risposte, e le mie risposte hanno a che fare con la complessità dell’essere umano preso nella sua globalità di funzionamento.

Il considerare la sofferenza mentale un problema essenzialmente medico, una malattia da curare con i farmaci come un diabete mellito, per tutta la vita, vuol dire credere alla favola proposta dalle case farmaceutiche che propongono nuovi standard diagnostici e farmaci di cui sanno ben poco riguardo ai loro effetti sull’organismo umano.

Del resto non si possono individuare con certezza le cause di una tale sofferenza ed il separare continuamente il psicologico dal biologico non fa che mantenere il paradigma medico in una sorta di superiorità intellettuale.

L’essere umano è biologico quanto psicologico. Il pensiero è biologico. Siamo sempre costituiti dalla stessa sostanza. Il problema quindi risulta considerare il tutto dell’essere umano nella sua complessità. E questa complessità è fatta di affetti, emozioni, energia, pensieri, che sono nel corpo e sono il corpo.

Non è impossibile superare tutte le dicotomie mente/corpo, interno/ esterno, dna/ambiente per giungere faticosamente ad una comprensione che permetta una visione del movimento e del dinamismo che è la nostra vita.

Per questo una diagnosi medica su qualcosa definito disturbo mentale è totalmente riduttiva così come ricerche su coorti livellate di depressi, schizofrenici ecc. non possono che essere spesso superficiali. In quanto le variabili in gioco sono molte, sono in movimento, sono da investigare partendo dal fatto che l’investigare diventa di per sé un’altra variabile, un altro fattore in grado di produrre movimento.

La staticità, la ripetitività danno il quadro della “malattia”. Laddove secondo me il problema sta nella passività dell’individuo nei confronti dei propri vissuti. Il subire passivamente dei fenomeni che sono propri della persona porta a spostare il problema su qualcosa di estraneo alla persona e a denominarlo “malattia”.

Questa passività viene confermata dal medico curante ed il problema rimane. In un certo senso i medici rafforzano questo senso di passività nei confronti di qualcosa che invece appartiene all’individuo, ponendo il “male” in uno squilibrio biochimico nel cervello, per cui l’antidoto sta nel farmaco. Se il problema è in qualche cosa d’altro, la “malattia”, che è venuto e se ne andrà, il rimedio mantiene questa situazione di impotenza e di passività.

Ed invece secondo me la soluzione sta nel considerare proprio il contrario. Questo non vuol dire estremizzare nel contrario, ma nel considerarlo attentamente per riuscire ad impostare l’intervento.

Il problema è rendere attiva la persona rispetto a fenomeni che le appartengono. Il problema è riuscire a giungere ad una presenza a se stessi che vada oltre la consapevolezza intellettuale e coinvolga in toto, globalmente il divenire della persona.

In tutto questo la diagnosi e il farmaco possono essere utili ma fondamentale è la visione più complessa dell’essere umano. La diagnosi è la fotografia di un momento che porta alla passività nei confronti della persona rispetto al suo problema. Quindi è meglio pensare ad una diagnosi che comprenda il funzionamento della persona all’interno di questa passività.

Il farmaco di per sé può risultare utile ma solo all’interno di questo obiettivo, che è il ritorno all’attività della persona riguardo a cose che le appartengono, che di fatto sono sue, sono la sua vita. L’obiettivo è che la persona riesca a mettere i piedi per terra, a prendersi in mano la propria vita, a scegliere veramente in modo autentico. Questo è un obiettivo ambizioso ma appassionante e spesso dovrebbe coinvolgere più professionalità (medici, psicologi, assistenti sociali, ausiliari, educatori, specialisti della riabilitazione,ecc). Forse dovrebbe coinvolgere ancora più persone, famiglie, amici. Forse dovrebbe coinvolgere una comunità intera di persone.

Questo è il progetto di una possibile psichiatria.

Sul farmaco, sono convinto, è più quello che non si sa rispetto a ciò che si sa. Può essere un rimedio nell’emergenza, spesso sostituisce ciò che non si riesce a fare con l’utilizzo di una persona. La passività, la sofferenza, l’estrema dipendenza, il ritiro come la mancanza di controllo in queste situazioni portano alla richiesta di aiuto, alla richiesta di una persona o meglio della persona. Cioè di quella persona che riesca ad aiutare e a comprendere, che parli lo stesso linguaggio o che almeno ci provi. Riuscire a condividere un linguaggio, non è facile, perchè vuol dire mettersi davvero in relazione. È come amare in modo non condizionato, accettare attivamente l’altro per quello che è.

Il farmaco può permettere o non permettere questo incontro. Il problema è che se manca la persona che aiuta si tende ad aumentare il farmaco. Il problema è come ridurre o togliere la terapia farmacologica all’interno di un progetto che veda al suo centro la presenza a sé della persona sofferente. Perché è molto più economico assumere un farmaco rispetto all’aiuto di una persona o ad un percorso di psicoterapia. Ma il farmaco spesso non risolve il problema e mantiene la passività della persona rispetto a sé. Il coinvolgimento in una rete di relazioni spinte dal medesimo obiettivo può invece spingere ad una maggiore attività rispetto a sé e al proprio coinvolgimento in questa vita.

Penso ad una psichiatria che non sia un estremizzare diversi punti di vista ma che apra e metta in movimento le diverse possibilità nel rispetto, nell’accettazione attiva dei vincoli e dei limiti di ciascuno.

Penso ad una psichiatria fatta da persone che fanno della loro autenticità uno strumento essenziale per promuovere il benessere e l’attività. Per promuovere il movimento che è vita.

Questo è il tipo di lavoro che propongo e mi rendo conto che nonostante una società basata sul profitto economico tenda a non vedere queste cose e a spingere la gente in una passività mortifera, ci sono molte persone che vogliono e credono in un cambiamento di prospettiva. E il cambiamento è in atto. Il cambiamento è ora perché siamo noi che creiamo questa società.

Forse in futuro termini come “psichiatria”o “salute mentale” (che ripropone il dualismo mente/corpo) saranno sostituiti da una altro termine e da un altro linguaggio più comprensivo della complessità e della globalità dell’esperienza umana. Forse la stessa disciplina medica potrà risultare meno parcellizzante e frammentaria.

Un nuovo linguaggio perché termini come “riabilitazione” o “guarigione” ad esempio rientrano in una epistemologia che non considera il tentativo di comprensione della complessità dell’essere umano. Più che riabilitare si può parlare di una “autentica abilitazione alla propria vita”, più che guarigione ci si può riferire ad una “accettazione attiva a quello che si è”, ad una “presenza a se stessi”, che è unica e non standardizzabile.

Penso comunque che i tempi siano ormai maturi per giungere ad una visione più ampia dell’essere umano e del suo divenire nel mondo. Penso che sia venuto il momento di dare più vita, movimento e benessere. Più speranza, con tutta l’energia che possiamo sviluppare.

Rispondi